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[28.05.2008]
Orrore in Brasile. Il ventenne è stato assassinato e poi sepolto in una fossa comune perché senza documenti
Il dolore del padre di Nicholas: è stato trattato come una bestia
Il signor Pignataro: «Disumana assenza di rispetto. Adesso voglio indietro mio figlio»
Antonio Pignataro
Il signor Antonio Pignataro, padre di Nicholas
Non sarà semplice per i genitori di Nicholas Pignataro riavere indietro il corpo del figlio. La salma del giovane, rimasto ucciso in una sparatoria alla periferia di Maceio, in Brasile, nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 maggio, è ancora seppellita in una fossa comune che i brasiliani chiamano "il cimitero dei poveri". Ieri mattina sono state avviate le pratiche per la richiesta di riesumazione del corpo di Nicholas che è stato ritrovato grazie all'amica di famiglia Tatiana da Silva, che da tre mesi ospitava il ragazzo. Non vedendolo tornare a casa la donna aveva cercato di avere sue notizie chiamando gli ospedali della zona e la polizia locale, ma invano.
Poi però un agente si è ricordato di un duplice omicidio avvenuto qualche giorno prima e ha mostrato alla donna una foto segnaletica con due cadaveri. Nel volto di uno dei due la donna ha riconosciuto Nicholas. Il bergamasco non aveva documenti con sé e dopo essere stato trasferito per le indagini giudiziarie nell’Istituto di Medicina legale di Maceiò è stato gettato in una fossa comune. «Quel che mi amareggia di più - ha detto Antonio Pignataro, padre di Nicholas - è la disumanità applicata in questo frangente e la mancanza totale di rispetto nei confronti della persona, indipendentemente da quello che è successo. In un Paese civile anche un animale viene restituito al suo proprietario. Di errori ne sono stati fatti tanti - ha aggiunto - da parte di tante persone, e mi auguro che ora vengano pacificamente risolti. Io non sono arrabbiato con nessuno, il mio unico obiettivo è portare a casa la salma di mio figlio».
Nicholas è stato ucciso a colpi di pistola vicino a un bosco alla periferia della città, dopo essere rimasto coinvolto in una lite insieme ad un amico brasiliano, venditore ambulante di CD, assassinato insieme a lui. Da un paio di giorni Piero Pasini, legale di famiglia, è in contatto con il console Massimiliano Lagi, che sta accelerando i tempi con le autorità brasiliane. «Abbiamo anche un avvocato sul posto - spiega Pasini - perchè per riavere il corpo ci serve il via libera del magistrato brasiliano». Dopo aver terminato gli studi da meccanico, Nicholas Pignataro era partito per il Brasile il 4 marzo per aprire un ristorante. Il padre gli mandava 500 euro al mese: «L'ho sentito l’ultima volta intorno al 15 maggio - ha detto - Aveva bisogno di cambiare vita e lì finalmente ci stava riuscendo. Era contento, stava valutando alcune ipotesi per il suo lavoro e soprattutto stava trovando casa. Mio figlio non ha mai fatto del male a nessuno, ha fatto le esperienze di tanti altri ragazzi della sua età e non aveva mai avuto problemi seri»

L'odissea. A Maceio, due anni fa, una tragedia simile è accaduta ad Andrea. Parla il padre
Due mesi per le ceneri del figlio
Pescia: lasciato solo dallo Stato
«Un dramma come il mio. Vorrei dire al papà del ragazzo ucciso che gli sono vicino»
L'odissea per riavere le ceneri del figlio è durata due mesi. Un lungo periodo durante il quale Bruno Pescia non ha mai smesso di lottare. «L'avvocato brasiliano al quale mi ero rivolto - dice - è andato 35 volte dal giudice prima che questo desse l'autorizzazione». Il figlio di Pescia, Andrea, è morto vicino a Maceio due anni fa. La sua vicenda è molto simile a quella capitata a Nicholas Pignataro, il giovane di Seriate ucciso proprio a Maceio lo scorso 19 maggio. «Quando ho sentito quello che è accaduto a Nicholas - racconta Pescia - mi è sembrato di rivivere il dramma di due anni fa. Il dolore per la morte di un figlio non si può spiegare. E quando si è lontani è ancora più difficile. Vorrei dire al padre di Nicholas che gli sono vicino». BRUNO PESCIA è stato lasciato solo quando ha cercato di ottenere giustizia. «Nè la Farnesina nè i consolati mi hanno aiutato. È stata una vergogna - dice. - Ho dovuto pagare io un poliziotto che catturasse l'omicida di mio figlio in modo che venisse processato».
Andrea Pescia è stato ucciso nel cortile di casa sua a Fortaleza, vicino a Maceio. Viveva lì da 7 anni e faceva la guida turistica. Abitava con la sua compagna e con il figlio di quattro anni. Aveva 31 anni quando l'hanno ammazzato. «È stata una ritorsione - dice il padre - perché aveva denunciato un furto che aveva subito un mese prima. Nessuno è intervenuto per aiutarmi ad avere giustizia. I consolati non potevano agire perché avevano le mani legate e sulla polizia locale non si può fare affidamento Quella è una terra senza regole, dove regna la violenza». Bruno Pescia si è sentito abbandonato dalle istituzioni italiane quando suo figlio è morto. «In Italia esistono cittadini di serie A, B e C. Io e la mia famiglia siamo di serie C. Se non avessi avuto i soldi per pagare l'avvocato brasiliano e il poliziotto non avrei mai avuto giustizia.
L'assassino di Andrea era un ragazzo di 19 anni che aveva già ammazzato altre due persone ed era libero. Ora è in carcere e deve scontare ancora 15 anni di pena. Non è molto, ma almeno è qualcosa». Dopo la tragedia Pescia è riuscito a far venire in Italia la compagna del figlio e il nipotino. «Anche per loro c'è voluta una burocrazia incredibile - sottolinea - ma quasi meno di quella che è stata necessaria per riavere le ceneri di mio figlio ». Per far conoscere la sua storia Pescia ha scritto un libro dal titolo «Urla nel silenzio. Il caso Pescia» edito da SBC Edizioni, che ha venduto 5 mila copie. «Il ricavato delle vendite - dice l'autore - serve per finanziare i progetti dell'Associazione Andrea Pescia - Per i Bimbi del Brasile, fondata nel marzo del 2006. Mio figlio amava molto i bambini e coltivava il sogno di realizzare qualcosa di importante per i piccoli poveri di Fortaleza ».
Sono 5 mila i bambini che vengono aiutati dall'associazione e fino ad ora sono stati raccolti 18 mila euro. Tra i progetti finanziati c'è anche quello di una scuola chiamata Giuliana Galli che si trova nella favela Garibaldi e che è frequentata da 1.049 bambini.
da "Il Bergamo" del 28.05.2008